sabato 11 luglio 2009

Pedalate sui denti

Il ciclismo diventa politica a Montebelluna. No al GP "Padania" Pd dixit.

venerdì 10 luglio 2009

Credito elettronico

UNA NOVITÀ DELLA POPOLARE. Anche i micro acquisti saranno possibili passando la tessera davanti ad un lettore

Con la carta di credito
si può comprare il pane

Marino Smiderle

Il pane dal fornaio, il giornale dall’edicolante, il caffè al bar. Piccoli acquisti quotidiani che non ci saremmo mai sognati di pagare con la carta di credito. Viene da ridere al solo pensiero che, per un’operazione da un euro, l’esercente prenda la carta, la strisci sulla macchinetta, aspetti la stampa in duplice copia dello scontrino e archivi l’incartamento. Eppure un sistema c’è per evitare tutta questa burocrazia e usare comunque la carta di credito per fare anche dei micro-acquisti: si chiama PayPass, basta portare la carta davanti a un piccolo lettore e, come per magia, il gioco è fatto. Veloce, rapido e sicuro.
A lanciare questa tecnologia innovativa, per primi nel Nord Est, saranno Banca Popolare di Vicenza e MasterCard. L’iniziativa è stata presentata ieri nella sede dell’istituto di credito, in via Framarin. «In questo modo - spiega Samuele Sorato, direttore generale di Bpvi - noi aggiungeremo una funzionalità particolare ai titolari di carta di credito del circuito MasterCard, senza alcun onere. Per tutte le spese che faranno entro un tetto massimo di 25 euro, questi titolari potranno prendere la carta e sfiorare il Pos particolare installato nei negozi convenzionati. Automaticamente verrà registrato l’addebito, senza bisogno di scontrini». Carta di credito era e carta di credito rimane. Nel senso che, qualora si acquistasse merce per 26 euro, l’apparecchio elettronico si rifiuterebbe di addebitare in modo automatico l’importo ma attiverebbe la normale procedura, con firma e scontrino.
«Questa tecnologia - aggiunge Paolo Battiston, direttore generale MasterCard Italia - offre molti vantaggi in termini di praticità, rapidità e sicurezza. L’esercente digita solo l’importo della transazione e il cliente avvicina la carta al lettore: il pagamento viene autorizzato in meno di un secondo mediante la trasmissione sicura dei dati che si realizza off-line, senza costi telefonici. Stiamo puntando sempre di più sull’innovazione "contactless" (senza contatto), con dispositivi come portachiavi, orologi, braccialetti e cellulari».
Senza contatto, ecco il concetto chiave che potrebbe far decollare un sistema di pagamento, le carte di credito, appunto, che in Italia hanno sempre stentato a prendere piede. «La scelta per sperimentare questo prodotto - rivelano Battiston e Sorato - è caduta proprio su Vicenza per due motivi: la presenza di una base di clientela molto forte e veicolata da una banca radicata nel territorio come la Popolare e la potenzialità elevata del business».L’esperimento inizierà a settembre, con il coinvolgimento di 10 mila titolari di carte e 400 esercenti. In un secondo momento verrà esteso ai territori delle due controllate di Bpvi, il centro Italia per Cariprato, la Sicilia e il sud per Banca Nuova. «L’innovazione tecnologica è da sempre uno dei nostri punti di distinzione - sottolinea il dg della Popolare di Vicenza - e per questo siamo orgogliosi di essere il primo istituto italiano a lanciare su vasta scala a livello commerciale questa nuova carta». L’imperativo è quello di allargare il più possibile il ventaglio di negozi convenzionati. «Partiamo con 250 esercizi in centro città e con 150 in periferia e in provincia - conclude Battiston - ma contiamo di aumentare presto il numero». Anche perché, considerati gli obiettivi di Bpvi e MasterCard, agli aderenti verranno fatte delle offerte d’ingresso molto convenienti, sia in termini di costo di attrezzatura che di commissioni per operazione.

mercoledì 8 luglio 2009

E lo scudo?


Ecco le prossime maglie dell'Inter, secondo www.footballshirtculture.com.
Belle, ma se da un lato la scelta di mettere il tricolore attorno al nostro amato simbolo è di gran classe, dall'altro l'assenza del tradizionale scudo sudato in campo mi dà un pochino di fastidio. Che sia solo una dimenticanza?

Un Napolitano a Nord Est


IL RAPPORTO DELLA FONDAZIONE. È stato presentato ieri al Quirinale il 10° studio sull’andamento dell’economia. I numeri non cancellano le speranze di ripresa

Il Nord Est soffre ma non si arrende

Il 72% degli imprenditori vede l’ombra della crisi allungarsi fino ai primi del 2010«Ma il sistema è di robusta costituzione»

Marino Smiderle

La crisi del decimo anno. Non certo per colpa della Fondazione Nord Est, da sempre il barometro più preciso per capire cosa succede a queste latitudini. Piuttosto per colpa di una crisi globale che non risparmia nemmeno chi, come l’imprenditore medio del Nord Est, ha usato questi anni di perturbazioni per innovare, rilanciare e migliorare la propria azienda. Ecco allora che “Nord Est 2009 - Rapporto sulla società e l’economia”, realizzato per il decimo anno consecutivo dalla Fondazione Nord Est, diventa una sorta di bussola straordinaria per chi cerca una strada che al momento sembra coperta dai rovi della recessione. Un motivo in più, oltre all’anniversario tondo, per fare in questo tribolato 2009 una presentazione d’eccezione, niente meno che al Quirinale, davanti al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
La discussione aperta, il dibattito e il convegno di questo decimo anniversario della Fondazione presieduta da Andrea Tomat e diretta da Daniele Marini si terranno a settembre, probabilmente con la partecipazione dello stesso Napolitano. Per il momento è già a disposizione il testo del Rapporto, utile vademecum per capire dove diavolo stiamo andando.
Alla Fondazione Nord Est sono ricercatori, studiosi, mica astrologi. Ti possono dire (Bruno Anastasia e Giancarlo Corò) che «nel 2008, il Pil del Nord Est ha subito un arretramento dello 0,8%, in un contesto nazionale che ha osservato un rallentamento pari all'1%» e che «se le previsioni per il 2009 saranno confermate, un calo del Pil attorno al 4% (accomunando Nord Est, Italia e area Euro), sarà il peggiore risultato ottenuto dopo la seconda guerra mondiale». E guardando alla scuola (Lorenzo Bernardi e Monica Cominato) si scopre che «nei dieci anni trascorsi è raddoppiato il numero di studenti usciti con successo dal sistema universitario: dai 151.000 laureati nel 1999 si è arrivati agli oltre 300.000 del 2007».
Focalizzando l’attenzione sull’aspetto demografico (Gianpiero Dalla Zuanna e Maria Letizia Tanturri), scopriamo che «nel decennio che va dal 1998 al 2008 la popolazione nel Nord Est è aumentata di 500.000 persone», mentre sul fronte occupazione (Maurizio Gambuzza e Maurizio Rasera) «i dati di consuntivo del 2008 mostrano un mercato del lavoro nordestino ancora in espansione: l'occupazione cresce su base annua dell'1,6%, rispetto allo 0,8% nazionale».
Quando invece si poggia la lente sul futuro, investigando i pareri di diversi protagonisti (Fabio Marzella e Davide Girardi), si vede che «gli imprenditori del Nord Est esprimono, con una certa convinzione, che la fase di peggioramento sta passando, siamo in un momento di stallo che può portare a diverse risposte: un rallentamento, un rimbalzo fisiologico, oppure un inizio di ripresa».
Messa giù così, sembra una versione edulcorata di una crisi che morde i garretti di un’economia balbuziente. «La crisi, sicuramente profonda e trasversale come mai in precedenza, sta accelerando e amplificando fenomeni già presenti - premette il presidente, Andrea Tomat -. Allo stesso tempo c'è un Nord Est che, nonostante tutto, sta reagendo e che, rispetto ad altri contesti territoriali, riesce anche oggi a offrire performance migliori. È il sistema produttivo che negli anni scorsi ha saputo investire nella riorganizzazione delle attività e nel capitale umano, ha irrobustito le proprie filiere, si è allungato sui mercati internazionali esplorando nuovi territori».
Per fare un viaggio in questo Nord Est colpito dalla crisi globale conviene però affidarsi alla guida esperta di Daniele Marini, uno che conosce ogni numerino di questa terra e che, nonostante tutto, confeziona una lettura ottimista di questa fase. Al centro di tutto, per il direttore della Fondazione Nord Est, c’è la figura dell’imprenditore, «l'emblema del Nord Est talent-scout: si muove continuamente alla ricerca di nuove domande, s'inoltra nei mercati più distanti per coglierne le tendenze, costruisce relazioni e reti per avere informazioni».
I numeri sono numeri, e qui come in tutto il mondo sono zeppi di segni meno davanti. Nell’ultimo sondaggio organizzato dalla Fondazione «gli imprenditori del Nord Est interpellati sono molto cauti, più spesso si dividono a metà nelle previsioni sulle ricadute che la recessione avrà sulla produzione, sulle esportazioni, piuttosto che sui consumi: prevedono un peggioramento nel prossimo semestre rispettivamente per il 57,4%, il 51,5% e il 50,5%. La maggioranza (72,1%) vede l'ombra della crisi allungarsi fino ai primi mesi del 2010». E però «è diverso l'approccio con cui si vive questa fase recessiva. Dopo lo smarrimento iniziale dovuto al crollo repentino e simultaneo degli ordinativi nell'autunno 2008, che hanno spinto le imprese a rimodulare i propri budget, i piani di investimento e le strategie, ora prevale un atteggiamento di aggressione al mercato».
Forse è per questo che gli analisti e i giornalisti economici hanno piantato in queste terre ideali antenne per cogliere il trend in anticipo. Perché questa sarà magari una periferia ma, secondo Marini, «questa periferia è diventata, invece, "centrale" perché in essa si materializzano processi di innovazione sociale ed economica, che successivamente si riverberano sull'intero Paese».
La tesi di fondo che esce da questo decimo rapporto, insomma, è che tutti gli sforzi di modernizzazione fatti dagli imprenditori da quando la globalizzazione li ha costretti a misurarsi con concorrenze fortissime (vedi Cina e India) non sono stati inutili. La crisi «come una malattia, non debilita le persone con la medesima intensità - sostiene Marini - dipende dallo stato di costituzione fisica con cui la malattia intercetta il soggetto».
Le spalle del Nord Est sanno reggere l’urto della recessione più di altre. Quanto all’idea per ripartire al più presto, Gianluca Toschi e Silvia Oliva provano a indicare una strada. «Le aziende di successo condividono la capacità di leggere e anticipare il mercato, unita all'attitudine a spostare continuamente il traguardo in avanti, accettando e cercando nuove sfide». Hai detto niente.[

lunedì 6 luglio 2009

Il golpe

Golpe in Honduras

Marino Smiderle
La corte suprema incarica i militari di deporre Zelaya e di insediare Micheletti Condanne da tutto il mondo

Se qualcuno pensava che l'America Latina fosse guarita dal morbo dei colpi di stato, un tempo caratteristica frequente dei cambi di governo a queste latitudini, l'Honduras ha provveduto a risvegliare antichi fantasmi. Succede che il presidente, Manuel Zelaya, la cui scadenza del mandato è prevista per il prossimo gennaio, venga svegliato nel cuore della notte nella sua residenza. A bussare, si fa per dire, alla sua porta, sono diversi soldati armati fino ai denti. «Lei se ne deve andare», gli intimano senza troppa grazia. Volendo vedere un aspetto positivo in questo colpo di stato, anziché usare le armi di cui erano dotati per far fuori il presidente, le truppe d'assalto si limitano ad accompagnarlo all'aeroporto, caricarlo su un aereo con destinazione Costa Rica e dichiarare che il nuovo capo di stato, almeno fino alla scadenza del mandato, sarà Roberto Micheletti, di origini bergamasche.
«Sono stato rapito e sono vittima di un complotto» ha detto Zelaya dai microfoni della catena televisiva latinoamericana Telesur. «Ora il presidente si trova in Costa Rica - riassume il Corriere della sera - dove è stato condotto con la forza dai militari. Il capo dello stato dell’Honduras, alleato del venezuelano Hugo Chavez, è stato bloccato all’alba dai militari all’interno della sua residenza, poco prima dell’apertura delle urne per il contestato referendum di revisione costituzionale. Dietro il golpe militare c'è la Corte Suprema di Tegucigalpa. I giudici hanno spiegato infatti con un comunicato di aver ordinato ai militari di agire proprio perché Zelaya aveva tentato di violare la legge facendo votare un referendum per autorizzare la sua rielezione. La moglie del presidente deposto, la «primera dama» honduregna, Xiomara de Zelaya, non è riuscita a fuggire con il marito in Costa Rica e si è rifugiata su una montagna nella zona orientale del Paese. E in serata il Parlamento dell'Honduras ha nominato successore del presidente deposto il presidente dello stesso Parlamento, Roberto Micheletti. Il voto è avvenuto per alzata di mano».
Il nocciolo della questione sta proprio nella virata della politica di Zelaya in direzione del venezuelano Chavez. Ed è proprio dal caudillo venezuelano che Zelaya trae la soluzione del referendum per aggirare la Costituzione honduregna e potersi così ripresentare alle prossime elezioni. La situazione comincia a scricchiolare il 23 giugno, quando il parlamento, che non condivide gli ultimi passi del presidente, approva una legge che blocca il referendum già indetto per il 28 giugno.
Il giorno successivo Zelaya, con un gesto di ritorsione politica, rimuove dall'incarico il capo di stato maggiore, Romeo Vasquez, strenuo avversario della consultazione referendaria. La Corte suprema interviene ed emette una sorta di ordinanza che impone al presidente di reintegrare Vasquez. Zelaya se ne infischia e va avanti con la procedura per il referendum. Il 28 giugno, di prima mattina, a poche ore dall'apertura dei seggi per il referendum, i militari intervengono, col supporto del parlamento e della corte suprema, e spediscono all'estero il presidente, arrestando 8 ministri. Al suo posto si insedia Micheletti, col compito di traghettare il paese fino alla scadenza del mandato e poi indire nuove elezioni. Tutte le istituzioni internazionali hanno condannato il golpe.
Ma chi è veramente Zelaya? «Manuel Zelaya, presidente dal 2006 - scrive Richard Gott su The Guardian , ripreso da Internazionale - è un rivoluzionario assai improbabile. Ricco proprietario terriero con interessi nell'industria del legname e nell'allevamento, Zelaya era il candidato del Partito liberale, uno dei due tradizionali partiti dell'oligarchia honduregna che controlla il sistema politico da quasi un secolo... Tra quelli che sono andati a votare alle elezioni politiche del novembre 2005 pochi immaginavano che Zelaya, se avesse vinto, si sarebbe impegnato in un programma di cambiamento. La sua è stata una vittoria di misura. Tra i pochi a intravedere il potenziale di Zelaya è stato il leader venezuelano Huho Chavez, che ha offerto al presidente dell'Honduras il suo appoggio finanziario e politico e lo ha fatto diventare membro dell'Alternativa bolivariana per le Americhe (Alba)».
Ragionando con i vecchi metri di giudizio, tipici del periodo in cui in America Latina c'era un golpe al giorno, si potrebbe pensare che ad orchestrare questa manovra ci siano gli Stati Uniti, stufi di tollerare, nel proprio cortile, questi ducetti ispirati da Chavez. E lo steso Zelaya ha avvalorato questa ipotesi. «Zelaya ha subito puntato il dito contro il presidente americano Barack Obama - scrive il Corriere della sera -. "Ci sei tu dietro a tutto questo?", ha chiesto Zelaya all'inquilino della Casa Bianca dai microfoni di Telesur. La Casa Bianca ha però risposto respingendo con forza l'accusa: "Non c'è stato alcun coinvolgimento statunitense in quest'azione contro il presidente Zelaya". Dura anzi la condanna del golpe da parte del segretario di Stato americano Hillary Clinton, che ha parlato di un atto che deve essere "condannato da tutti" e che "viola i principi democratici". Le parole del capo della diplomazia Usa seguono quelle di «profonda preoccupazione» espresse da Barack Obama, accusato invece anche dal presidente venezuelano Hugo Chavez di essere coinvolto nel colpo di Stato».
È vera o finta la presa di posizione Usa? Di sicuro, come ricorda il lancio dell’Afp, «l'Organizzazione degli Stati Americani (Osa) ha escluso l'Honduras dal suo organismo ed ha espresso il proprio sostegno al presidente deposto Manuel Zelaya, che ha annunciato la sua ferma intenzione di rientrare nel suo paese. L'esclusione dell'Honduras è stata approvata a Washington da 33 dei 34 paesi dell'organizzazione nel corso di un'Assemblea generale straordinaria». Sono attesi ulteriori sviluppi.

domenica 5 luglio 2009

Il tritacarne

Elementi
di... base
Marino Smiderle
Lacrimogeni, manganellate, banditi mascherati, sassi, paura. Le prove tecniche dei noglobal e dei disobbedienti per il G8 sono state fatte ieri a Vicenza, come era ampiamente previsto dalle forze dell’ordine, che non a caso erano presenti in massa. Dietro il vessillo dei No Dal Molin si sono nascosti alcuni tipacci desiderosi di festeggiare a modo loro il 4 luglio e rovinando l’Independence Day che i vicentini erano soliti concludere alla Ederle, con birra, hot dog e fuochi d’artificio.
Non è colpa del presidio se a Vicenza sono calati i lanzichenecchi della globalizzazione, anche se una presa di distanza più vigorosa non guasterebbe.
Così come non guasterebbe se il sindaco, Achille Variati, iniziasse ad approcciare il tema base militare in chiave urbanistico-vicentina piuttosto che vezzeggiare utopistiche retromarce.
La ferita, come l’ha sempre definita il primo cittadino, su una parte di città a cui i vicentini non hanno comunque mai avuto accesso perché è sempre stata zona militare, non potrà essere rimarginata. Però da lì si può ripartire per battere i pugni sui tavoli che contano per ottenere una sorta di risarcimento (in termini di opere pubbliche) che a Vicenza spetta e che rischia, con questo muro contro muro, di restare cornuta (con la base militare) e mazziata (senza niente in cambio).
Ma i temi squisitamente vicentini ieri interessavano solo a quei pochi manifestanti della prima ora che, con coerenza meritevole di grande rispetto, si ostinavano a marciare in un mare di noglobal e disobbedienti desiderosi solo di protestare contro l’America, l’imperialismo, la guerra e massimi sistemi vari.
Sissignori, prove generali di G8, anzi, di anti-G8, con le forze dell’ordine costrette a fare gli straordinari (che durano da giorni), come dimostrano i sequestri di bulloni e di maschere antigas operati a Padova prima dell’inizio della manifestazione.
«Noi non siamo anti-americani - si premuravano di assicurare i partecipanti alle varie sfilate a Vicenza negli anni scorsi - noi siamo contro questa amministrazione».
Sottinteso, l’amministrazione Bush, guerrafondaio texano capace di invadere prima l’Afghanistan e, a stretto giro di posta, l’Iraq. Piccolo inciso, gli avevano tirato giù le Torri Gemelle l’11 settembre, l’unico giorno in cui fummo tutti americani.
Gli elettori Usa hanno provveduto a sanare questo contrasto con l’opinione pubblica del Vecchio Continente eleggendo niente meno che Barack Obama, il primo presidente nero della storia, un democratico, un progressista, un «Yes, we can». Eccolo qua l’uomo giusto per stoppare il Dal Molin, per fermare la guerra, per tornare a sperare. Obama è davvero il nuovo, ma non nel senso in cui lo interpretano i noglobal.
Aveva promesso di ritirare le truppe dall’Iraq, e ha già cominciato; ma aveva anche promesso di intensificare la caccia ai talebani in Afghanistan e proprio in questi giorni oltre 4.000 marines stanno dando vita a una tale operazione d’attacco che non si vedeva dai tempi del Vietnam.
L’Italia, l’Europa ha condiviso la politica estera di Obama, tanto è vero che diversi stati hanno già approvato l’invio di altri soldati a Kabul.
Accostare la realizzazione di una base militare a Vicenza, dove gli americani sono presenti dal ’56, alle missioni in Afghanistan è meno peregrino di quanto sembri, se non altro per i trenta parà della 173a Brigata della Ederle morti in combattimento in quelle gole negli anni scorsi.
Questa politica estera può piacere o non piacere, ma in Italia viene condivisa tanto dal governo quanto dall’opposizione (che prima era governo). La conclusione potrà non piacere ma è incontrovertibile: la maggioranza degli italiani la condivide.
Vicenza che c’entra? Niente, in teoria.
In realtà tutti i gruppuscoli antiamericani del paese, Bush o Obama non fa differenza, hanno gioco facile nell’unirsi ai vicentini che protestano per un pezzo di terra e gettare la battaglia locale nel tritacarne del movimentismo disobbediente.
La triste sensazione è che Vicenza uscirà a pezzetti.

4th of July a Vicenza

Tafferugli a Vicenza per le proteste dei no base. Welcome Obama.